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Visto da lontanoCome nasce un Genoa Club all'estero
29/03/2017

Gli anglo-sassoni, che sono presi come da una specie di ansia di dover catalogare qualsiasi condizione sociale, hanno coniato il termine "mature student" per indicare quegli studenti che, dopo aver abbandonato gli studi, li riprendono arrivati sulla trentina. Io sono uno di quelli. Anzi, io sono stato uno di quelli; che ormai li studi, ahimè, li ho terminati da un pezzo.


Così nel 2003, dopo essermi laureato, ho deciso di trasferirmi a Ginevra perché un vecchio compagno di scuola mi aveva prospettato buone possibilità di lavoro. Gli inizi sono stati duri. Ho vissuto per tre anni in un ostello per immigrati la cui stanza non era più grande di sei metri quadrati e mi sono dovuto adattare, lavorando come camionista all'aeroporto, nel servizio di catering dell'ex-Swissair: turni di nove ore con un'ora di pausa, più eventuali ore di straordinario. Se cominciavi al mattino, si lavorava dalle 4 e mezza fino a dopo le due o le tre del pomeriggio, Se invece cominciavi alle due del pomeriggio, si andava avanti almeno fino alla mezzanotte, ora di arrivo ufficiale dell'ultimo volo, ma considerando i ritardi aerei, si poteva finire tranquillamente anche all'una di notte.

Quell'esperienza professionale la ricordo comunque con grande piacere. I primi giorni di lavoro ero un po' stupito dalla presenza schiacciante di operai stranieri. Su una cinquantina di camionisti, c'era una dozzina di portoghesi, una decina di italiani, 7-8 spagnoli (in gran parte provenienti dalla Galizia, tutti tifosi del Deportivo di La Coruña), altrettanti francesi, e poi argentini, cileni, senegalesi, algerini, filippini, birmani. Gli svizzeri erano solo due, e per di più prossimi alla pensione. Era una babele di lingue e di razze ma andavamo tutti d'accordo. C'era solo un capetto portoghese che rompeva le palle. Trovammo il modo di farlo calmare.

Forse, prima di un decollo o dopo un atterraggio, avrete notato sulla pista di qualche aeroporto dei camion i cui cassoni si sollevano di quattro, cinque, a volte anche di quasi dieci metri. Servono per trasportare all'interno degli aeroplani coperte, cuscini, riviste, giornali, salviette, profumi e, soprattutto, cibo e bevande.

Il mio compito, in quanto autista, era appunto di consegnare o ritirare tutta quella serie di cose. Il mio compito in quanto semplice essere umano era invece quello di recuperare un buon pasto tra quelli sigillati, che non erano stati distribuiti ai passeggeri. In questo campo, l'insegnamento di un vecchio ed esperto collega svizzero, l'amico Remy, fu fondamentale.

Remy Colouche era uno svizzero davvero speciale. Abitualmente gli elvetici sono morigerati, precisi, puntuali, puntigliosi e poco inclini alla risata. Per un mediterraneo a volte è dura avere a che fare con loro perché hanno forti difficoltà, anche nei più elementari rapporti umani. A volte riesce loro difficile anche un semplice contatto visivo. E allora, parlandoti, guardano in alto in basso, a destra e a sinistra: guardano dappertutto, ma non ti guardano mai dritti negli occhi. È una cosa alla quale, nonostante io viva in Svizzera da più di 13 anni, non mi sono mai abituato ( e penso che non mi ci abituerò mai).

Remy invece rappresentava l'eccezione che conferma la regola: era disordinato, ritardatario, casinista, scherzoso, sbevazzone e soprattutto una "buona forchetta". Io, per i cibi, sono sempre stato un tipo tradizionale, che predilige la cucina italiana. Fu grazie a lui che mi feci una cultura gastronomica internazionale di tutto rispetto. I più sprovveduti tra i nostri colleghi cercavano i pasti in classe economica e finivano per accontentarsi di panini al prosciutto nei quali la percentuale di polifosfati superava di gran lunga quella di carne suina. Ma Remy mi spiegò subito i vantaggi di andare a recuperare immediatamente i servizi della cucina in business class. E quel compito aveva la priorità assoluta su qualsiasi altro dovere professionale.

E così ogni sera si pasteggiava ad aragosta e champagne, Borgogna e bistecche argentine, roast beef e gamberoni in salsa di curry, caviale iraniano e Bordeaux superiore. L'aeroporto internazionale della città di Ginevra ha voli continentali ed intercontinentali che lo collegano a quasi tutti i paesi del mondo ed ogni sera sceglievamo i migliori piatti da un volo di linea diverso: un volta era un airbus francese, la volta dopo era un charter cinese, il giorno dopo era un jumbo egiziano, e l'indomani un jet pakistano. Era come se fossimo andati ogni sera in un ristorante straniero diverso dall'altro, con il notevole vantaggio di non dover pagare il conto e di non dover sbattersi per cercare posteggio.

Il 2007 fu l'anno della mia "promozione sociale". Finalmente trovai un lavoro qualificato, gratificante e ben pagato: fui assunto come insegnante da un centro specializzato nella formazione professionale. Ma il 2007 fu anche l'anno della promozione del Genoa in serie A. Dopo anni di sofferenze e tribolazioni il Grifo tornava nelle serie che gli compete e per di più insieme agli amici napoletani.

E così due amici (uno dei caruggi e l'altro di Sampierdarena), che seguono insieme il Genoa da quarant’anni, e sono residenti da tempo a Ginevra, decidono di andare a vedere il derby in una pizzeria pugliese della città che, avendo l'abbonamento a sky, fa vedere le partite del calcio italiano. Quel derby era importante, anche più del solito perché, come dicevo, era il derby di andata in serie A, dopo una decina di anni di B (e anche uno in C).

Entriamo nel locale e ci avviciniamo allo schermo. E subito notiamo una sgradita presenza alla nostra sinistra: al tavolo c'è un ciclista multicolore e al suo fianco un suo amico svizzero (magari è un fan di Ziegler o di Padalino). Ma alla destra della sala vediamo invece gli amati colori. Un fratello rossoblù di Sestri Ponente, felpa del Genoa in bella vista, ci vede e ci sorride: "Adesso che siete arrivati voi due, siamo la maggioranza". "Come a Genova, del resto", è la nostra risposta. Ci sediamo al suo tavolo e facciamo subito amicizia. Il ciclista ogni tanto cerca uno scambio amichevole con qualche battuta; della serie siamo italiani all'estero, "volemose bene". Ma, come recita lo striscione di un gruppo sempre presente al Ferraris, noi siamo "Grifoni ovunque, sempre e comunque" e quindi non lo caghiamo neanche di striscio.

Ad ogni modo, nel corso di quella partita le emozioni saranno davvero poche ed il derby si rivelerà una partita noiosissima, giustamente finita a reti inviolate. Ma non importa: abbiamo fatto una nuova amicizia e ci lasciamo con l'impegno di rivederci in pizzeria alla prossima partita del Grifo.

Poi capita che un giorno io decida di andare a vedere un Genoa-Napoli al Luigi Ferraris: ogni tanto mi piace proprio citare per nome e cognome lo stadio di Genova, tanto per ribadirne l'origine e la paternità. Stadio Luigi Ferraris (giocatore del Genoa) sito in Via Giovanni De Prà (giocatore del Genoa).

Il viaggio dalla Svizzera al nostro mare è sempre un viaggio pieno di forti emozioni. Ogni volta che dalla terra elvetica devo partire in direzione del Mar Ligure, mi vengono in mente le parole di una vecchia canzone folk-rock di Harry Nilsson, Everybody’s Talkin’: “I’m going where the sun keeps shining. Through the pouring rain. Going where the weather suits my clothes”.

Comunque, quello tra Ginevra e Genova è un percorso, fatto ormai decine di volte, ed offre scorci di paesaggio davvero notevoli, soprattutto nei tratti alpini: il ghiacciaio del Monte Bianco, nell'Alta Savoia; il Dente del Gigante visto da Courmayeur (l'enorme spuntone di roccia che si staglia dal profilo italiano della stessa montagna); i boschi di abeti vicino all'orrido di Pré-Saint Didier: una cascata dalla bellezza selvaggia; i vigneti più alti di Europa (quelli di La Salle e di Morgex); la Valle di Cogne ed il Parco del Gran Paradiso; l'imponente edificio in vetro del Casinò di Saint-Vincent; ed infine i ruderi di una campagna abbandonata, quelli di una valle vicino al paese di Quincinetto.

Un viaggio, quello in direzione di Genova, fatto con ogni tipo di condizioni di tempo. E può succedere di passare in pochi secondi dai monti e dai castelli soleggiati della splendida Valle d'Aosta alla fastidiosa nebbia di Ivrea. Una coltre che non lascia scampo per tutto il Piemonte, più o meno fino ad Ovada: in pratica è un po' come andare in apnea per circa 200 chilometri.

Ma quando ti avvicini all'appennino, il sole ti ricorda che esiste. E dopo ore di triste e sconsolata pianura, finalmente incominciano i primi tornanti. Così, ad un genovese, costretto al "soggiorno obbligato" in terra straniera, vengono in mente le parole di una celebre canzone di Ivano Fossati: "Dietro una curva, improvvisamente il mare".

Probabilmente in Liguria di curve così ce ne saranno a centinaia. Ma per me, che arrivo dalla Aosta-Santhià, la curva in questione è subito dopo Masone, quando, dietro le colline a fasce e a terrazze, si possono finalmente vedere le increspature del mare tra Voltri ed Arenzano. È una sensazione fantastica: è come prendere una boccata di aria fresca dopo mesi di aria viziata. Hai quasi l'impressione di sentire l'odore della salsedine che ti pervade i polmoni; perché in laboratorio l'acqua sarà anche "insapore, inodore ed incolore" ma quando si mischia con il sale e gli scogli della riviera, l'acqua ha un odore inconfondibile e l'aria trasporta questo profumo salmastro nelle vallate all'interno della nostra regione.

Ed eccomi a Genova, quartiere Marassi. La partita inizia subito male: il Napoli ci infilza dopo poco più di venti secondi. È uno dei gol più rapidi che abbia mai visto. Calcio d'inizio, palla a Lavezzi, che avanza indisturbato in un corridoio centrale per circa una decina di metri, il giocatore argentino prende la mira, tira in porta, ed è rete! Ma fortunatamente per noi, la partita è ricca di capovolgimenti di fronte, e alla fine vinciamo tre a due, con reti di Sokratis, Palladino e Milito e con Denis che accorcia le distanze verso il finale.

Durante un'interruzione di gioco mi confronto con i mei amici: Marco, Alessio, Pablo, Roberto. Siamo tutti d'accordo: il momento più bello della partita è stato l'assist di Diego Milito in occasione del secondo gol, perché sintetizza perfettamente l'intelligenza, l'essenzialità e l'altruismo del grande argentino. Diego è nell'area del Napoli, spalle alla porta, marcato da un difensore partenopeo, ma difende bene la palla e costringe un secondo avversario al raddoppio di marcatura, fa passare ancora qualche secondo, attira su di sé anche l'attenzione del portiere (che, temendo una girata improvvisa ed un tiro in porta, si sposta sulla sinistra) e poi serve a Palladino, nel frattempo arrivato alla sua destra, una palla su un piatto d'argento, che attende solo di essere sospinta dentro la porta.

Poi il triplice fischio finale, che sancisce la nostra vittoria, ma mi ricorda purtroppo che è giunta l'ora di abbandonare il sole della nostra regione. Incomincia un viaggio di ritorno di 400 e passa chilometri, alternati da pioggia, nebbia e vento a seconda dei tratti: Alessandria, Casale, Vercelli. Posti roventi da giugno ad agosto e uggiosi da settembre ad aprile, che ti viene da pensare che il buon Dio (se mai ce n'è uno) li ha fatti per metterci la nebbia d'inverno e le zanzare d'estate. Le condizioni di tempo sono infelici, ma devo assolutamente rientrare per il lavoro, così il viaggio continua, fino a quando non sono a destinazione. Arrivo a Ginevra in pieno diluvio, posteggio sotto casa e vedo qualcosa di familiare, ma faccio fatica a mettere a fuoco e stento a credere a quello che vedo.

Forse sono stanco dal viaggio, forse ho ancora in mente le immagini della partita di qualche ora prima, forse non sono sicuro perché è troppa la pioggia che cade sul mio parabrezza, ma mi sembra di vedere un grifoncino che andava tanto di moda molti anni fa, negli anni Ottanta. Erano i tempi in cui migliaia di genoani avevano un scudettino circolare del Grifo che si metteva sulla targa posteriore del proprio veicolo, moto o auto che fosse.

Ma no. Non mi sbaglio: la macchina a fianco alla mia ha proprio lo scudettino del Genoa su targa svizzera. Sta per nascere una nuova amicizia con altri due fratelli rossoblù: "Arrivo ora da Genoa-Napoli. Quando restiamo a Ginevra, noi ci vediamo le partite del Grifo in una pizzeria del centro. Vi interessa?". E la risposta non lascia trasparire alcuna incertezza: "Belin, se ci interessa!!!". Così San Fruttuoso e Rapallo hanno i loro rappresentanti tra i grifoni elvetici della città di Calvino.

Poi, qualche tempo dopo, può anche succedere di mettere un annuncio su un sito genoano per rendere noto l'appuntamento, nell'ormai famosa pizzeria di Ginevra in occasione di un Genoa-Torino.

E allora, a pochi minuti dal fischio di inizio, ecco che si presenta bardata di rossoblù una coppia di ponentini (di Pegli e di Voltri). Ma non ci sono problemi: facciamo aggiungere un tavolo, ordiniamo le pizze e ci impossessiamo del telecomando, perché ormai siamo clienti abituali ed è un po' come se fossimo a casa nostra. Non ricordo i nomi dei difensori del Toro, ma il gioco aereo quel giorno non fu il piatto forte della difesa granata. E alla fine, il bilancio della serata sarà positivo: vinciamo tre a zero (con tre gol di testa di Biava, Jankovic e Motta), ci sono due nuovi amici nel nostro gruppo, ed il cameriere torinista mastica amaro.

A Ginevra può anche capitare che un automobilista con la felpa del Genoa incontri in una stazione di servizio un motociclista con la targa di Spezia. E l'incontro non lascerebbe presagire niente di buono, data la rivalità tra i genovesi e gli abitanti di quel lembo di terra piovoso ai confini della Liguria. Ma, inaspettatamente, il motociclista esordisce con un: "Forza Genoa". Anche perché, scopriremo dopo, la moto è targata Spezia ma il motociclista è del levante della nostra città, di Quinto al Mare, per la precisione. A quel punto la domanda è d'obbligo: "Domenica c'è Napoli- Genoa in posticipo. Ce la vediamo in pizzeria. Tu sei dei nostri?" ,"Lasciami l'indirizzo. Ci sarò di sicuro", è la risposta scontata. E la domenica sera siamo tutti presenti. Il Napoli di castoro Mazzarri è in piena forma. Ci mette sotto per tutta la partita. Ma i nostri resistono e, in un anno in cui abbiamo preso caterve di gol quasi ovunque (peggiore difesa del campionato insieme a quella del Siena), riusciamo a lasciare indenni lo stadio San Paolo.

Così di mese in mese, di anno in anno, il gruppo cresce di numero, con genoani di Santa Margherita e Diano Marina che da anni vivono a Ginevra e anche a Losanna. Abbiamo anche contagiato con la nostra passione qualche svizzero-francese, qualche ticinese, qualche altro italiano e qualche straniero. E alla fine abbiamo deciso di fondare il Genoa Club di Ginevra. Nel Genoa dei pioneri britannici del Dottor Spensley, quello dei primi scudetti, c'erano anche tre svizzero-francesi (o come preferiscono definirsi essi stessi, che non amano essere accostati ai francesi, dei Suisses Romands). Due, i fratelli Pasteur, erano nati a Genova ma credo fossero originari di Losanna. Il terzo, Henri Dapples, era di Losanna anche lui ma originario di Ginevra da parte di madre. Ed è per questo che abbiamo deciso di dedicare a lui il nostro Genoa club.

Infine, può succedere di pubblicare questo racconto su alcuni siti rossoblù e di essere contattati da molti altri genoani: "Anche noi abitiamo a Ginevra, siamo in quattro e vogliamo far parte del club", "Ciao, lavoro a Ginevra e sono genoano! Com'è che si fa la tessera?", "Sono un genoano di Castelletto e mi sono trasferito a Ginevra da circa sei mesi, dove si trova la pizzeria in cui vedete le partite del Grifo?".

Ah, dimenticavo: il doriano del primo derby di andata, di 10 anni fa, e l'amico di Ziegler e di Padalino in pizzeria non si sono più visti... ...forse hanno capito che non tirava aria buona.

Massimo Prati



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"Come nasce un Genoa Club all'estero" | 3 commenti
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Maxpra
di Druka il 29/03/2017 21.29

genoanità allo stato puro :-)



Maxprà
di Franci il 29/03/2017 19.49

dirti grazie, è poco.
Grazie per averci fatto capire cosa significa essere genoani (e genovesi) lontano da Campetto e Soziglia, dai nostri caruggi, da De Ferrari, da "o mâ, i nostri monti, a ciassa da Nunzià...o Righi, la lanterna, la cava e lazzû o mêu, a Fôxe, Zena illuminâ"... e il Luigi Ferraris. Da farmi sentire in colpa l'aver momentaneamente deciso di rinunciare a questo privilegio quando c'è chi, come te, sopporta disagi per poter vivere una partita nel nostro stadio. O campo do Zena...
Conosco solo un modo per ringraziarti, ed è questo.
Forse pochi sanno che, accanto agli inglesi, furono numerosi i giocatori svizzeri che scandirono gli anni definiti del pionierismo del Genoa. Allora ti trascrivo questo interessante brano di Davide Rota tratto da La leggenda genoana e titolato "La pattuglia elvetica"anche se, come vedrai, più che una pattuglia fu almeno un...plotone.
Buona lettura a te ed ai tuoi amici, che da questo momento sono anche nostri nel nome del Genoa affinchè siate ancora più orgogliosi della vostra genoanità e grati alla terra elvetica.
"Il Genoa non ha solo un'anima britannica ma anche, di riflesso, elvetica, visto che tra le prime nazioni "colonizzate" dai Maestri c'era proprio la Svizzera. Tra i partecipanti al campionato 1898 c'erano due atleti nati a Genova ma di chiara origine elvetica, ovvero Edoardo Pasteur I ed Henry Arthur Dapples, grandi amici nella vita di tutti i giorni, con il passare del tempo italiani a tutti gli effetti, al punto da fermarsi a vivere (e morire) nel Bel Paese.
Nel 1899 entrò in squadra Enrico Pasteur II, fratello minore per anagrafe, ma non certo per attaccamento ai colori sociali, del grande "Dadin"...nella formazione che vince il campionato del 1899 troviamo pure un nome "sospetto" di elveticità, Deteindre, ma viste le scarse notizie sul suo conto non escluderemmo che arrivasse dalla Francia. Svizzero forse era anche Henman, in squadra nel campionato 1900. Noi però preferiamo riportare solo dati certi, come quelli riguardanti Attilio Salvadè, uno dei protagonisti del titolo del 1902, autore di un gol all'Andrea Doria e uno al Milan. Il padre, Attilio senior, era arrivato a Genova nel 1882 proveniente da Diessbach, cantone di Berna (...).
Nella squadra campione 1902 militava anche Karl Senft, giocatore di grande esperienza e gran colpitore di testa, centre half di ruolo e autore di una doppietta alla Mediolanum.
Il mediano Oscar Louis Schöller, come Dapples e Pasteur, era nato a Genova da famiglia svizzera. Era invece francofono Etienne G. Bugnion, classe 1881 e nel 1896 fondatore del Club Montriond di Losanna. Suo il gol - segnato dalla tre quarti difensiva e sospinto dal vento - che decise la finale 1904 con la Juventus.
Il conte Alfred Paul Cartier (ndr: sì, proprio quelli famosi...) era cresciuto nel Genoa insieme al fratello Carlo. Giocò anche nel Mian e fu tra i primi calciatori a sposare un'attrice, Elena Seracini Vitiello, la grande diva del muto nota col nome d'arte di Francesca Bertini.
Si divise tra Genoa e Milan anche Kurt (ma si firmava Corrado) Lies, in rossoblu negli anni 1905 e 1906. nel 1907 scende in cmapo Hugo Schmidli (o Schmid), che ritroveremo nel 1909 con la maglia dell'Andrea Doria.
Proprio nel 1909 troviamo in casacca rossoblu hermann Friedrich Hurni, che tre anni prima era stato tra i fondatori di una delle future rivali del Grifone, lo Spezia Foorball Club. Arriva da Bitieren, frazione di Ferenbalm (cantone di Berna) e a Genova, come in altre città, aveva lavorato in banca. Nei due anni in cui fu mandato a Londra a studiare giocò con le riserve del Crystal Palace nella Southern League, la terza divisione inglese (...). Tornò a Genova per giocare nel campionato 1910-11 (15 presenze e 5 reti), poi cambiò varie maglie militando per Andrea Doria, Fratellanza Ginnastica Savonese, Savona, Varazze e anche Merano, dove negli anni Venti si era trasferito per motivi di lavoro. Grazie a tutto questo girovagare, Hurni verrà ribattezzato "l'ebreo errante".
Quello del 1909 è il Genoa più svizzero della storia: in squdra, oltre ad Hurni, troviamo curiosamente altri tre giocatori il cui cognome iniziava con la lettera H: Konrad Walter Herrmann, era nato nel 1886 a Diessenhofen (Turgovia) e aveva già vinto due titoli con la maglia del Winterthur. Giocava back (terzino) ma all'occorrenza anche inside (mezzala). Di professione commerciante, lasciò Genova per Parigi, poi si fece rivedere nel 1914-15, giusto in tempo per giocare una gara (3-0 al Liguria), segnare un gol e conquistare il terzo titolo nazionale della sua carriera.
Il lungo Daniel "Dänni" Hug, due gare e una rete in nazionale svizzera, si erafatto notare in Italia dove aveva disputato alcune amichevoli con il Basilea. Back destro, specialista nei calci piazzati, si procurò un grave infortunio nella stagione 1909. Giocò ancora, fu poi visto tra il pubblico e anche mandato ad arbitrare una gara in Toscana, infine fece perdere le sue tracce ma sappiamo dai racconti di Vittorio Pozzo e da fonti svizere che è morto prematuramente in territorio italiano.
la terza H è quella di Eugen Herzog, half laterale che proveniva da e dal San Gallo e che rimase nella Superba per ben quattro stagioni, dal 1909 al 1912, le ultime due da capitano.
Un importante contributo in quegli anni lo diede anche Eduard Bauer, un altro mediano ex Basilea, che giocò nel Genoa dal 1909-10 al 1913-14, con in mezzo una parentesi parigina. Le cronache rivelano che era un ottimo giocatore di bridge.
Da Basilea arrivava anche Gossweiler, ala destra del torneo 1910-11. Probabilmente si trattava di due fratelli calciatori, svizzero (o francese?) era forse il suo compagno di squadra e di settore (giocava mezz'ala destra Giroud...
Max Mayer, mediano e mezzala rossoblu 1909-10, si fece rivedere a genova in amichevole con le maglie di San Gallo (1910-11) e Basilea (1911-12). Potrebbe essere lui il Nayer centromediano del Genoa nei campionati 1905 e 1906.
Karl Stöcker, mediano destro, è uno dei pochi che arrivò al Genoa dopo un'altra esperienza italiana. Nel 1910-11 aveva infatti giocato, anche se mai in gare ufficiali, nel Torino. in precedenza, era stato capitano del Baden.
Completano la pattuglia elvetica di quegli anni le ali destre Hans Schmidt (1909-10 e 1913-14) e De Lamy (11911-12)
Curiosa la storia di C.K. Mackwurth, es portiere dello Zurigo, che debuttò nel Genoa il 29 novembre 1908 in amichevole con il Torino, si ruppe una gamba e fece ritorno a casa.
Tre anni dopo i dirigenti rossoblu riuscirono a far firmare per il Genoa un altro estremo difensore svizzero: Maxim Surdez, che aveva già giocato nella nella nazionale rossocrociata (1911, 2-0 all'Ungheria). In Italia era conosciuto per aver giocato un torneo con il Vereinigte di Biel. Alcune fonti sostengono che sia nato a Lugano nel 1886. In alcune delle non molte foto in cui venne ritratto, o si nasconde o ha una espressione infstidita. Giocò due campionati e mezzo (dal 1911 al 1914) da protagonista. Nell'ultima partita fu colpito da una pallonata violenta del torinista Mosso III e rimase fuori dalcampo per un po'. Tornò a Genova dopo la Guerra per un'amichevole benefica. Oltre a Hug e Surdez, il Genoa ebbe un altro nazionale elevtico nelle sue fila, anche se postumo. Si tratta del forward ginevtino Charles Comte I (...). Giocò anche con Fratellanza Ginnastica Savonese, Juventus e Servette, vestendo la maglia rossocrociata nel 1915 a Torino contro l'Italia..."
Un abbraccio



[Nessun Soggetto]
di nembokid55 il 29/03/2017 16.58

Bellissimo racconto e molto stuzzicante la parte culinaria ;-)))
Sempre forza Genoa !!!





Per informazioni potete contattare l'indirizzo e-mail admin@genoadomani.it