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dalla redazioneCinematografo, arco giapponese, Museo – I
07/05/2018


Fa parte forse dell’inesorabile decadenza di tutte le cose la abituale scomparsa dalle registrazioni filmiche di brani grandi e piccoli, che più non si vedranno nei familiari spettacoli.
A volte sono intere parti consistenti, tagliate dai distributori italiani (Tarkovskij: Andrej Rublev, Solaris) per scopo di cassetta, pregiudicandone la perfetta comprensione. Sono avvenute anche in lontano passato (Lang: M – Eine Stadt sucht einen Mörder).
A volte sono piccole scene (Moretti: Habemus Papam, si apriva con una suora che scopriva la morte del Pontefice).


A volte sono pochi istanti: battute, inquadrature, personaggi, fatti scomparire non so se per incidenti tecnici oppure per intenzione oppure appropriazioni private.
Siamo vittime di manipolazioni e condizionamenti, una caratteristica della nostra civiltà.

Ebbi la fortuna, molti molti anni fa, di assistere in prima visione a un capolavoro di Kurosawa: I 7 samurai. Una breve immagine mi rimase fortemente impressa. Si vedeva la mano di un arciere che scoccava: quella mano, che si apriva come un fiore, permanente sull’intero schermo, ispirava una sensazione speciale che percepivo e mi sfuggiva nello stesso tempo. Immagine indimenticata che non rividi più, in nessuna delle riprese del film accessibili.
Come più tardi ho saputo (ma non capito) l’arte di tirare frecce rientra nella filosofia del Buddismo Zen. Quell’inquadratura della mano dell’arciere era tutt’altro che occasionale o banale: era di significato profondo.
Nell’uso dell’arco giapponese, l’arciere allarga ampiamente le braccia e compie una serie di atti obbligati, scanditi dalla respirazione fatta anch’essa in modo prescritto; sempre col corpo rilassato. Non ci riesce chi è troppo volitivo o ambizioso o violento. Il tiro viene poi da sé, secondo il concetto dell’arte senza arte. Si sostiene che una estremità dell’arco fora il cielo e l’altra estremità è collegata con un filo di seta alla terra: l’equilibrio non deve spezzarsi. L’arciere col suo gesto abbraccia un “tutto”.
Sono per noi occidentali cose difficili da capire e credo impossibili da eseguire.

Durante l’assemblea del Genoa desiderai attirare l’attenzione sul Museo, al cui interno ci trovavamo, e nell’improvvisare le argomentazioni e nel ritornare su idee già altre volte espresse senza utile riscontro, per un fenomeno mentale singolare, mi si affacciò alla mente la similitudine dell’arciere giapponese che abbraccia il tutto.
Stavo ripetendo che l’esistenza del Museo deriva da tre generosità: quella del Presidente Preziosi, che creò la Fondazione provvedendola di mezzi sostanziosi; quella del Prof. D’Angelo, che con coraggio instaurò il Museo a vuoto; quella del popolo dei sostenitori genoani, che accorsero alle offerte.
Quindi una specie di congiunzione dell’alto e del basso, una unificazione di estremi.
Ecco l’analogia con l’arco giapponese, le cui estremità toccano il cielo e la terra; gli estremi si fondono secondo l’antica filosofia orientale.
Questo mi venne alla mente ed espressi. Conclusi l’intervento con l’analogia: il Museo è un tutto.

(V.Riccadonna - continua)


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